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L'AUTISMO DAL DI
DENTRO
***Nota dei curatori del Sito : Donna
Williams, autenticamente Autistica, è una lettura difficile, ma
estremamente interessante, soprattutto per coloro che sono vicini
una persona Autistica " ad alto funzionamento ", leggendo
il libro e questi spezzoni tratti da esso, potranno comprendere
meglio il funzionamento ed i processi mentali utilizzati dagli Autistici
per vivere in mezzo alle altre persone.
Un cesto pieno di puzzles.
( Tratto da " il mio e il loro autismo" di
Donna Williams.)
Come ho imparato che cosa costituisse
il mio "autismo"
Lautismo è definito da qualcuno
come un puzzle con un pezzo mancante. Ho sperimentato il mio "autismo"
come un cesto, con molti puzzles diversi, tutti mescolati tra loro
e a ciascuno manca qualche pezzo, ma cè qualche pezzo in più
che non appartiene a nessuno di quei puzzles. Il primo dilemma per
me fu individuare quali pezzi appartenessero ai vari puzzles; da
lì dovetti ricavare quali pezzi mancassero e quali non avrebbero
dovuto essere affatto nel mio cesto.
Quandero piccola, le mie vie
di senso non funzionavano bene e la mia reazione alla luce, al suono
e al contatto era non soltanto priva di significato, ma anche troppo
eccessiva. Non potevo capire il mondo; non solo, non potevo neppure
sopportarlo.
Fino a circa tre anni, non credo
sapessi di avere dei problemi. Non avevo unelaborazione continuativa
per il significato attraverso alcuno dei miei sensi e nessun significato
coerente per nessuna delle cose che mi accadevano, allinterno
dellimmediato contesto in cui si verificavano. Non ricavavo
un significato continuativo da ciò che vedevo o dalle reazioni di
altre persone nel vedermi o da ciò che sentivo, compreso ciò che
io stessa dicevo o dalle reazioni di chi mi sentiva. Non lo ricavavo
dal mio corpo nello spazio o da come apparivo o dai messaggi del
mio corpo o dalle mie emozioni o dai comportamenti a cui queste
talvolta mi costringevano. Non riuscivo a capire il senso o la significatività
di ciò che ci si aspettava da me, perché le parole di altre persone,
lintonazione, lespressione del viso, il linguaggio e
il contatto, non avevano un significato letterale costante e quindi
poca o nessuna significatività. Non riuscivo a capire molto sulle
conseguenze o leffetto; lincapacità di ottenere un significato
coerente attraverso uno qualsiasi dei miei sensi, in un ambiente
che richiedeva che lo facessi, mi portò a sviluppare una sottile
abilità di rispondere non al significato, ma agli schemi. Non mi
ricordo di aver mai pensato a tutto ciò come a un problema.
In realtà, per quanto possa ricordare,
la mia prima idea sullesistenza di un problema fu che questo
non fosse in me, ma in ciò che era incollato a me e che imparai
a conoscere come il mio corpo; fu che il problema fosse nelle irrefrenabili,
incontrollabili e distruttive aggressioni che imparai a conoscere
come emozioni che fosse nelle imprevedibili, incomprensibili, illogiche
azioni di chi imparai a conoscere come persone con le loro aspettative.
Ma io... probabilmente immaginavo che non avrei avuto nessun problema
se solo avessi potuto liberarmi di tutte quelle cose.
Era un problema, invece, la prospettiva
di dover rispondere quando non capivo, o non volevo o non mi sentivo
sicura con quelle emozioni che sono destinate a sollecitare linteresse,
il bisogno o la volontà di comunicare. Era un problema la prospettiva
di usare un corpo, un volto, una voce da cui ero percettivamente
scollegata. Era un problema il pensare di rispondere, immediatamente
e con comprensione, quando la mia capacità di elaborare una qualsiasi
cosa per capirne il significato era lenta, fuori contesto e incompleta.
Le mie prime risposte a queste difficoltà furono: combatterle fino
alla fine, ignorarle e fuggirle.
In pochi anni scoprii che, per quanto
le rifiutassi, per quanto cercassi di eliminarne i segnali, per
quante rappresaglie mettessi in atto, non riuscivo a distruggere
queste ostinate, persistenti aspettative.
La mia risposta al problema delle
aspettative, fu, allora, imparare ad inventare le emozioni che ci
si aspettava avessi, ma con cui non mi sentivo al sicuro; fu inventare
un interesse che non provavo, comunicare con una voce imitata e
muovermi con movimenti appartenenti ad altri, specularmente, in
assenza di connessioni con un movimento mio e, infine, imparare
a far credere di aver capito anche quando non era vero.
Verso i dieci anni, quando significati
logici (pur se in genere ritardati), cominciarono a giungere con
continuità attraverso i miei canali sensoriali, il problema si trasformò:
la mente era ora bombardata da frammenti sparsi di significati,
coerenti con una realtà che non avevo avuto linteresse, la
volontà o il bisogno di scoprire e con i quali non sapevo cosa fare.
La mia risposta fu trovare schemi per usare tutto ciò. Rafforzai
le uniche armi che avessi al posto dellinteresse e della volontà:
ossessione e costrizione.
Poiché il processo di acquisizione
del significato era avvenuto, ma molto in ritardo e fuori del contesto
in cui si verificano eventi significativi, la maggior parte del
processo stesso era subconscia e neppure io sapevo che esistesse.
Gli anni centrali dellinfanzia furono il tempo in cui si attuarono
tutti questi processi, ma in modo inconscio; poi, conoscenza e consapevolezza
furono messe in moto e ciò che ne uscì sorprese me tanto quanto
gli altri. Quegli anni furono anche il tempo in cui la precedente
fiducia negli schemi e la crescente nuova fiducia nel significato,
scatenarono una battaglia psicologica, emotiva e sociale che la
maggior parte dei bambini non deve mai affrontare. Fu il tempo in
cui realizzai lironia di un santuario che era al tempo stesso
una prigione, in cui feci sperimentazioni con i confini del significato
e quelli dello schema.
Quella fiducia negli schemi e quellattivarsi
degli schemi, uniti alle attrazioni sensoriali, in assenza di una
elaborazione efficiente per ottenere un senso od una significatività
personale. nutrirono costrizione ed ossessione, ma il loro controllo
era già stato spinto al limite a causa del livello cronico di stress
a cui ero sottoposta. "Costrizione" ed " ossessione
possono essere il tuo amico o il tuo nemico, e in tempi diversi
furono entrambe le cose.
Da una parte ero sospinta allinterno
della marea dei miei piaceri sensoriali e delle informazioni cognitive
a singhiozzo; dallaltra avevo fugaci visioni della nascosta
costrizione di queste pulsioni e abitudini fuori controllo: cercavo
talvolta di fermarmi solo per dimostrare chi avesse il controllo
e di chi fosse la vita in gioco.
Priva della consapevolezza del mio
lo, lipersensibilità che mi aveva spinta a rifiutare lintimità
e la capacità espressiva personale e intenzionale, giunse ad avere
un nome. Quel nome era paura delle emozioni e trovò il suo posto
tra uninfinità di altre paure come quella di perdere il controllo
o che altri vedessero me in me stessa (paura di rivelare se stessi).
Giunta alladolescenza, cominciai
ad essere troppo cosciente della sensazione di essere unaliena.
Incapace persino di avere vere espressività continuamente condivise
o vere emozioni provate con chiunque altro, compresi il vuoto totale
che il mondo aveva in serbo per me. La mia risposta fu seguire e
imitare chiunque mi prendesse con sé per "il viaggio"
e muovermi nella vita il più velocemente possibile, così da non
dovermi fermare e annegare nella sensazione di come tutto risultasse
rovinoso e incontrollabile.
Dopo qualche anno cominciai a scoprire
quanto lontano fosse il "passare per normale" dalla realtà
vera e, dopo aver cercato di fare del mio meglio e aver ancora sperimentato
il fallimento, dovetti cercare altrove una speranza. Cercai le risposte
e. dopo molti anni, durante i quali ne trovai solo qualche pezzo,
cominciai a trovarne qualcuna.
A trentanni, sapevo quali "puzzles"
ci fossero nel mio cestino: problemi di connessione, di tolleranza
e di controllo.Io so quali dei miei puzzles hanno molti pezzi e
quali pochi, so come questi puzzles abbiano collaborato per aiutarmi
o incepparmi nel funzionare, nel conoscere, nellessere vicina
a me stessa e al mondo attorno a me, so come questi puzzles formino,
collettivamente, qualcuna delle mie identità ed esressioni e qualcosa
di ciò che non è una mia identità o una mia espressività. ma che
comunque viene dalle mie connessioni, intenzionali e non.
Conoscendo tutto ciò, sono riuscita
a strappare le erbacce dal mio giardino, a scoprire la differenza
tra ciò che è utile o sembra buono o risulta "simile a me"
e ciò che è controproducente, non sembra giusto e nomi risulta "simile
a me"
Dove ho potuto strappare le erbacce,
lho fatto; dove non ci sono riuscita, ho cercato di capire
che cosa potesse aver causato la loro crescita, nella speranza di
eliminarne le cause.
Quando ebbi 25 anni, misero un nome
nel mio cestino di puzzles e quel nome era "autismo . Allora
passai del tempo con altri che avevano avuto questa stessa definizione
(e altri che ne avevano di diverse o definizioni correlate o nessuna
definizione) e vidi i miei stessi sistemi al lavoro; talvolta di
più, talvolta di meno, nella maggior parte delle persone. ma non
in tutte.
Vidi persone avanzare faticosamente
attraverso le loro collezioni di puzzles rimescolati, vidi persone
cercare di selezionarli o metterli assieme o fingere che non esistessero.
Vidi assistenti o professionisti
aiutare qualcuno a selezionare i suoi puzzles quando stava ancora
soltanto avanzando faticosamente; ne ho visto altri aiutare le persone
ad ignorare i loro puzzles, proprio quando stavano facendo un buon
lavoro nel selezionarli. Ho visto assistenti e professionisti aiutare
qualcuno a lavorare con un tipo di puzzles che non avevano, quando
in realtà avevano ogni altro tipo di puzzles tranne quello e la
cosa più sorprendente che vidi fu che la maggior parte delle volte
assistenti e professionisti non sapevano distinguere un puzzle da
un altro.
Tanti vivono in un mondo dove lobiettivo
è leggere le apparenze, Io mi muovo in un mondo in cui il mio bisogno
di fare tante cose cosiddette "normali" si verifica innaturalmente
e meccanicamente e ciò significa che ho dovuto fare assegnamento
sul vedere sistemi anziché apparenze.
Ecco di che parla questo libro! Parla
di aiutare assistenti e professionisti a riconoscere tutti i diversi
puzzles che possono essere rinchiusi in un cestino e di portarli
in quella specie di viaggio in cui mi portò la mia vita. Può succedere
che nel riuscire a riconoscere un pezzo di puzzle da un altro, riescano
a metterne un paio assieme e ad avere un successo un po più
continuativo di quanto non abbiano ora.
Le mie difficoltà legate allautismo
mi portarono in un viaggio nel quale i problemi percettivi e quelli
di integrazione dei sistemi facevano apparire vuoto il mondo e privo
di scopo, insignificante, privo di interesse o ricompensa e rendevano
il mio corpo, la voce, il movimento e le emozioni, staccati da me.
schiaccianti ed alieni.
Questi problemi mi portarono in un
viaggio in cui imparai ad agire come se avessi il senso di "noi",
come oggetto e come soggetto, anche se i problemi di integrazione
dei miei sistemi rendevano molto difficile elaborare coerentemente
allo stesso tempo, lIo interiore e lAltro esterno: esperienza
essenziale per cogliere il significato di "sociale", di
come esserlo e del perché si possa desiderare di esserlo.
Le difficoltà correlate allautisrno
mi accompagnarono in un viaggio in cui le mie ipersensibilità sensoriali
fecero di certi suoni, tessuti, disegni e colori, il mio paradiso
personale e privato. Nelle mani di altre persone che mi buttavano
addosso indiscriminatamente i suoni, i tessuti,i disegni e i colori
che per me erano opprimenti e intollerabili, le mie ipersensibilità
sensoriali divennero il mio inferno sociale.
Fu un viaggio in cui lipersnsibilità
emotiva rese difficile avere unidentità e quasi impossibile
mostrarla, come essere privata del respiro o soffocata dallinterno.
Lipersensibilità emotiva nel contatto con persone gentili
e affettuose creava in me leffetto di essere alimentata a
forza con una cassa di limoni. Rese lessere sociale un cattivo
scherzo, dove lunica vita possibile era non-sperimentabile,
su un palcoscenico dove non si può essere sé stessi se non a costo
di perdere la capacità di pensare o il collegamento con lespressività
intenzionale.
Fu anche un viaggio nel quale problemi
di attenzione resero la vita simile a un vortice, dove non si poteva
aggrapparsi a unidea o ad una relazione ed io venivo spinta
e trascinata dimenticando ogni possibile azione.
Fu un viaggio durante il quale un
disturbo del sonno mi fece "dormire" ad occhi aperti e
congelò ogni collegamento con il mio corpo o collegò corpo e voce
al pilota automatico dopo ogni tentativo di prestare attenzione.
Tutto ciò mi mise spesso nella compromettente posizione di un burattino
suggestionabile che vive in modo speculare o di uno "zombie".
Fu un viaggio durante il quale labitudine
alle costrizioni e i conseguenti "picchi" di adrenalina
sommersero qualsiasi sopravvissuto residuo di interessi o bisogni
reali, di pensieri o emozioni e mi resero complice delle emozioni
e delle espressioni di un corpo, un volto, una voce che non sentivo
nemmeno come miei.
Lossessione e il rituale richiedevano
che il mondo lavorasse allinterno dei miei confini o fosse
abbandonato come interferenza di qualcosa così superflua come le
emozioni reali o lintimità.
Nel viaggio, la paura dominava scelta
e azione e ogni paura superata si ripeteva sotto nuova forma.
Le mie difficoltà legate allautismo
mi portarono in quel periodo al punto in cui la mia salute fisica
andò in pezzi per una combinazione di danni ereditati, di cattiva
gestione e per il continuo stress di trattare con un mondo che non
voleva capire e che insegnò a questo cammello a camminare diritto
invece di togliere dalla sua groppa il peso di una camionata di
paglia, per tutti i trentanni necessari a che si rendesse
conto che cera una scelta.
Ecco perché, per me non esiste una
singola cosa chiamata "autismo". Qualche cammello porta
sul dorso una grande quantità di ogni tipo di paglia. Altri cammelli
portano una gran quantitità dello stesso tipo di paglia; altri ancora
un intera collezione di tipi di paglia diversi.
Che cosa chiamiamo "autismo"?
Nessuno ha diritti dautore
sullautismo. Esisteva molto prima che gli fosse assegnata
una definizione, molto prima che sorgessero istituzioni benefiche
od organizzazioni per occuparsene; molto prima che si scrivessero
libri o si girassero film sullargomento. Se ne trovano tracce
nelle fiabe, nel folklore sulle fate, sul potere magico e sugli
incantesimi. Se ne trovano nelle vecchie storie di "bambini
selvaggi e di famosi "sciocchi" o, in tempi più
vicini a noi, nelle opere di fantascenza.
Secondo la leggenda le fate rapivano
un bambino in fasce e ne lasciavano in cambio uno fatato, bello,
ma strano e lontano dagli altri esseri umani. Nel 1799 il Dr. Itard,
in Francia, si occupò di un bambino che viveva allo stato selvaggio.
nei boschi, che fu poi chiamato "il fanciuIIo selvaggio di
Aveyron". Il Prof. Kanner fu il primo a descrivere, nel 1943,
questi bambini come affetti da autismo infantile precoce.
Bisognò arrivare al 1974 perché il Dr. C.H. Delacato avanzasse lipotesi
del danno organico come causa dellautismo e proponesse una
terapia di integrazione sensoriale per "lo straniero dellultima
frontiera".
Lautismo esisteva molto prima
che lamericano Leo Kanner lo scoprisse o che il tedesco Hans
Asperger ne scoprisse il parente ad alta funzionalità, la Sindrome
di Asperger, negli anni 40. Lautismo esisteva molto
prima che ogni tipo di professionista spuntasse per studiarlo, per
lavorarci o affermare di essere in grado di curarlo o di trattarlo.
Nellarco degli anni lautismo
è stato considerato una forma di "possesso" spirituale,
di malattia mentale, di disturbo emotivo, di disturbo della personalità,
di deficit della comunicazione; un handicap mentale, un disturbo
della comunicazione sociale, un deficit di sviluppo e, più di recente,
un problema di elaborazione delle informazioni, un deficit motorio
o una particolare condizione sensoriale o percettiva.
Professionisti di aree diverse vennero
alla ribalta in ciascuno di questi campi e non sparirono quando
emersero campi nuovi: sono ancora là, a battere sui loro tamburi
e ad atterrare le rispettive porte. Qualcuno ha creduto, come dinosauri,
che le proprie idee fossero le uniche giuste; qualche altro è stato
un po più aperto, olistico, immaginativo e meno resistente
ai cambiamenti. Alcuni professionisti sono i dinosauri di oggi,
e altri i dinosauri di domani e qualcuno cerca disperatamente di
non diventarlo affatto.
I professionisti dei diversi campi,
si focalizzarono su una collezione di sintomi, scritta o non, sulla
base dei quali potevano diagnosticare o curare le condizioni di
autismo e, pur non potendo andar daccordo sul "tipo"
di condizione che stavano osservando, la maggior parte di loro si
basò più o meno sulla stessa manciata di sintomi facilmente identificabili.
Guardando allautismo come a
quella collezione, a livello essenziale, la popolazione autistica
poteva apparentemente distinguersi da persone con altri tipi di
problemi sulla base dei seguenti aspetti fondamentali:
a) una menomazione nella capacità
di interagire socialmente;
b) un disturbo della comunicazione;
e) alcuni "comportamenti strani";
d) risposte strane agli stimoli sensoriali;
e) difficoltà nelluso del gioco immaginativo.
Qualche professionista guardò anche
ai tipi di risposta e ne trovò tre fondamentali: "distaccato",
"di evitamento", "strano"; così, gli "autismi"
cominciavano a non sembrare, dopotutto, più così simili. Qualcuno
pareva inserirsi, per certi aspetti e in particolari momenti in
una categoria e in unaltra per altri aspetti e in momenti
diversi. Comunque, se lo scopo era categorizzare, probabilmente
parecchie persone sembravano inserirsi in una categoria piuttosto
che in unaltra. Ambienti diversi svilupparono da parte del
pubblico o dei media, rappresentazioni diverse dellautismo
e queste rappresentazioni pubblicizzate di stereotipi antiquati
sopravvivono ancor oggi in articoli, documentari radiofonici o televisivi
e film.
Lautistico "strano"
In qualche ambiente i "media"
hanno scelto, come rappresentanti dellautismo, quelli con
risposte strane piuttosto che quelli con risposte distaccate o di
evitamento. Così ha fatto, per esempio, il film americano "Family
Pictures" (Foto di famiglia). A causa del loro comportamento
"incomprensibile", "strano" o "bizzarro",
gli autistici erano talvolta raffigurati come alieni o incapaci
di comprendere e, talaltra il quadro poggiava su elementi di emozione
e alienazione piuttosto che di mistero. Tutto ciò può essere stato
un rifacimento, ordinato e ben presentato, del concetto di "fenomeno
da circo" e la sua popolarità può basarsi sullattrazione
dei "fenomeni" che sfidano il mito, ferocemente difeso
e generalmente accettato, che afferma che "esiste una normalità"
e che la "maggior parte" delle persone è normale.
Una delle conseguenze del focalizzarsi
su quanto "strani" o "bizzarri" o "incomprensibili"
od "ottusi" siano gli autistici, può essere stato il lasciare
a persone incapaci il compito di inserire queste altre persone ovviamente
"anormali" nel cuore della società, senza un qualsiasi
motivo per cui la gente "normale" ce li potesse volere.
Si presume forse che queste persone o non si curino di essere degli
esclusi o non siano abbastanza intelligenti per pensarci molto.
Limmagine "bizzarra"
o "strana" può aver creato la stessa impressione di qualsiasi
"mostro" dei media: che cioè queste creature abbiano bisogno
di essere controllate e commiserate, ma anche, cortesemente tolte
di mezzo e messe dove la gente non debba guardarle. Invece che "angelico"
limmagine di "strano" sembrava dipingere lautistico
come selvaggio e animalesco. Limpressione creata nel pubblico
può essere stata che i genitori dei bambini di questo tipo che non
li chiudevano in istituto, dovevano essere compassionati o encomiati
per il loro impegno.
Lautistico "distaccato"
In altri ambienti limpressione
di distacco era più largamente usata e le persone autistiche erano
dipinte come irraggiungibili, fatate o lontane, nel loro mondo.
Così, nel film "House of cards" (La casa di carte) nel
quale il bambino "autistico" è miracolosamente salvato
dallattrazione del "suo mondo".
Limmagine del "distaccato"
aveva unaria di mistero che può aver portato allidea
che forse questi autistici avessero scoperto profondità delluniverso
sconosciute al resto del mondo. Il concetto generale può aver "pensato"
queste persone fatate in qualche modo al di là della società normale
e quindi prive di interesse per essa. Questa era unimmagine
attraente, che sembrava giocare sulle lusinghe di "altri mondi"
ed anche sulla mentalità che fa dire: < Se è così buono vorrei
assaggiarne anchio!>.
Le persone "autistiche"
distaccate erano talvolta raffigurate come angeli caduti o, in qualche
modo, più vicini a Dio. Anziché trovarli repulsivi qualcuno ne era
attratto, come se questo fosse un modo per ottenere un biglietto
per qualche tipo di realizzazione spirituale. Ciò può aver portato
le persone "normali" a sentirsi vessate o umiliate nellesser
lasciate indietro e considerate, in qualche modo, indegne degli
autistici che non mostravano interesse per loro. Ecco, forse, perché
alcune persone trattavano il riconoscimento da parte di una persona
autistica, priva di relazioni e isolata, come uno status pubblicizzabile
o un onore e agognavano di essere riconosciuti.
Dove qualcuno aveva immaginato e
percepito uno yogi, altri hanno immaginato e percepito un genio
nascosto o un sociopatico e perfino uno psicopatico. Queste idee
possono aver creato nella gente un certo tipo di timore reverenziale
e di aspettativa o una combinazione di attrazione, cautela o perfino
paura.
Lautistico in situazione
di evitamento
Dovera utilizzata limmagine
di "evitamento", limpressione data dallautistico
era quella di persona spaventata o, in qualche modo simile a una
vittima. Ciò può aver fatto emergere nella gente sentimenti protettivi,
ma anche il giudizio sociale su coloro che erano visti come provocatori
di queste situazioni, o non disposti ad aiutare.
In genere si lasciò cadere laccusa,
verbalizzata o meno, sui genitori, col presupposto che, se fossero
stati abbastanza gentili, abbastanza buoni e se ne fossero curati
abbastanza (come qualcuno talvolta immagino che avrebbe potuto fare
egli stesso), il figlio autistico non li avrebbe evitati. Questimpressione
mise le persone con autismo in una categoria simile a quella dei
bambini su cui è stata usata violenza. Alimentò lidea che
questi genitori dovessero essere rimproverati o disprezzati, che
si dovessero portar loro via i figli o che dovessero farsi consigliare
per imparare come relazionarsi con loro. Leffetto di tutto
ciò sullautostima dei genitori e sulle loro condizioni mentali
ed emotive, devessere stato devastante, particolarmente quando,
malgrado anni di tentativi di "migliorare se stessi , non si
riscontrava alcun effetto evidente sullautismo del figlio.
A qualcuno è stato chiesto di guardare indietro nel tempo per capire
che cosa avessero fatto per provocarlo; qualcuno, non trovando niente
di sostanziale, si attaccò ad eventi banali, come una sgridata al
bambino perché faceva baccano o la mamma che aveva avuto un mese
faticoso durante la gravidanza; come se questi fatti avessero in
qualche modo avuto un effetto devastante sul figlio, causandogli
lautismo.
Qualche bambino con "evitamento"
(e molti "strani") fu sottoposto ad ore, mesi ed anni
di psicoterapia o terapia dellabbraccio, per far sì che scaricasse
la frustrazione e il dolore che i terapeuti pensavano nutrisse in
cuore. Quando una qualsmasi di queste persone autistiche cominciò
ad esprimersi, i terapeuti furono probabilmente portati a presumere
che ciò provasse la correttezza delle ipotesi originali e della
terapia. Non si chiesero probabilmente mai se laccesso ai
materiali dello studio del terapeuta fosse stata la vera chiave
di quellespressività:
se lo studio stesso non fosse soltanto
più tranquillo rispetto alle loro case, senza il rimbombo della
TV o la distrazione causata dal bla-bla sociale nel sottofondo,
se il progresso si potesse ricondurre a qualcosa di così semplice
come il fatto che lo studio non aveva luci fluorescenti o perfino
se la persona autistica, come accade a qualcuno, non avesse superato
da solo le sue difficoltà di sviluppo. Un film che sembra rafforzare
questa poco felice idea di autismo è una recente pellicola americana
intitolata "Back Street Dreams" (Sogni delle strade secondarie).
Dagli stereotipi ai "fatti"
Nelle mani dei "media"
le idee divennero stereotipi e questi cominciarono ad essere considerati
fatti.
Idea diffusa era che le persone affette
da autismno sembrassero esprimere raramente empatia verso gli altri
o dolore, in uno qualsiasi dei modi che ci si aspetta dalle persone
non autistiche. Non ci si chiedeva mai se alla persona autistica,
lignoranza mostrata dai non-autistici facesse apparire privi
di empatia questi ultimi. Furono pubblicati articoli, citati in
tutto il mondo: non affermavano che molte persone autistiche sembrano
mancare di empatia verso gli altri, nel modo che ci si aspetta dai
non-autisticj (o nel modo meritato), ma invece, molto meno prudentemente
affermavano che "gli autistici mancano di empatia".
Unaltra sensazione era che
gli affetti da autismo sembrassero raramente esprimere emozione
o dolore come ci si attende dai "normali". Ciò fu tradotto
in "gli autistici sono "privi di emozioni" o "mancano
del senso del dolore".
Gli autistici sembravano inoltre
capire raramente gli scherzi dei non-autistici o lo scherzare in
qualsiasi modo; ma lumorismo che ci si aspettava condividessero
era spesso diretto contro di loro. La generalizzazione divenne:
"gli autistici sono privi del senso dellumorismo".
Si osservò che gli stessi sembravano
raramente evidenziare interesse o curiosità in ciò che li circondava
e si affermò che mancavano di immaginazione.
Gli autistici sembravano muoversi
o comportarsi in modo diverso in risposta a ciò che li circondava;
in modo molto diverso da quello in cui si muove e comporta una persona
non-autistica. Anziché riconoscere che questi potevano essere semplicemente
"modi diversi" di muoversi e comportarsi, la gente presuppose
che fossero incomprensibili e quindi indiscutibilmente "bizzarri",
il che divenne: "gli autistici si impegnano in movimenti e
comportamenti strani".
Si osservò che persone affette da
autismo sembravano non interpretare molte cose nel modo convenzionale;
non si capì, in genere, che qualche persona autistica può avere
un tipo di elaborazione delle informazioni enormemente diverso da
quello dei non-autistici e che questo tipo diverso di elaborazione
può render difficile capire uninformazione presentata in modo
"normale", non-autistico. Senza esser messa in discussione,
losservazione divenne un "fatto" e si disse: "gli
atmtistici hanno un certo grado di ritardo memutale".
Ora, losservare questi sintomi
avrebbe potuto essere abbastanza innocuo se la gente non avesse
smesso di considerarla una osservazione di sintomi, cominciando
a scambiare sintomi per fatti. Invece di osservare le tante persone
che sembravano davvero capire gli scherzi, o mostrare curiosità
o esprimersi emotivamente o evidenziare una intelligenza normale,
queste stesse persone furono considerate "eccezioni" alla
regola, mentre soltanto quelli che si identificavano con i sintomi
descritti, erano considerati veri autistici. Comunque, ciò può non
aver isolato un sottogruppo tra la popolazione autistica, ma può
averne creato uno.
Questi atteggiamenti non furono soltanto
ingiusti verso chi non rientrava negli stereotipi, ma anche verso
coloro che sembravano realmente evidenziare quel problema. Pur se
inespressi, molti autistici provavano empatia, emozioni, un senso
di dolore, di umorismo, immaginazione (e interesse e curiosità).
I loro comportamenti, per gli altri "bizzarri", non soltanto
avevano per loro un significato. ma in qualche caso erano, in realtà,
adattamenti che avevano scoperto per aiutare se stessi e creare
connessioni, calmarsi e conservare il controllo meglio di quanto
non avrebbero potuto fare in altro modo.
Questi stereotipi dei "media"
ebbero un certo numero di ripercussioni. Per esempio, molte persone
che non vi si adattavano, quando contattavano medici generici, assistenti
sociali, insegnanti o terapeuti per una diagnosi, erano respinte
sulla base del concetto che "non era possibile che fossero
autistici".
Ho avuto informazioni da molte persone
che affrontano le proprie difficoltà con linterazione e la
comunicazione sociale ed hanno invece problemi sensoriali, percettivi,
Attentivi, ossessivi, coercitivi o fobici, che li costringono ad
assumere comportamenti autistici: venne loro negata assistenza perché
non potevano essere considerati autistici non rientrando negli stereotipi.
Una signora, che aveva un figlio autistico e la cui madre sembrava
aver avuto la sindrome di Asperger, sindrome ad alta funzionalità
collegata allautismo, si presentò ad un professionista per
avere una diagnosi per se stessa, per le difficoltà che aveva in
comune col figlio e la madre. Fu mandata via perché aveva pianto
durante il consulto e si pensava quindi che la sua emotività fosse
troppo alta per essere una persona autistica. Altri sono stati mandati
via perché in possesso di una più ampia gamma di interessi e di
conoscenze di quanto non descrivano gli stereotipi, o perché, come
molte persone con diagnosi di sindrome di Asperger, si lamentavano
di possedere unimmaginazione troppo attiva che li distraeva
continuamente. Vale la pena di chiedersi se sia proprio qui, dove
queste persone sono state respinte, che gli stereotipi divennero
profezie auto-soddisfacenti.
Altra ripercussione degli stereotipi
è che sono proprio coloro che vi rientrano, che più spesso ricevono
aiuto continuo, nel ruolo di clienti/pazienti; ci sono altre persone
con autismo che sono troppo arrendevoli, troppo servizievoli, troppo
alla ricerca di essere accettati, ma sono egualmente a rischio ed
hanno altrettanto bisogno di aiuto.
Chi è considerato mancante di empatia,
di senso dellumorismo, di emozione o immaginazione, difficilmente
è invitato a parlare alle conferenze internazionalii sullautismo
o durante interviste in TV. Di conseguenza, professionisti e genitori
sono i referenti per le persone autistiche e il mondo non sente
parlare di eccezioni, tranne come "eccezioni" e gli stereotipi
(e i posti di lavoro e le organizzazioni su di questi appoggiati)
permangono indisturbati e immobili.
Unaltra conseguenza della forza
degli stereotipi è che la gente non si aspetta che le persone autistiche
se ne discostino. Per le persone che "provano sensazioni, e
sono dotate di empatia, umorismo, emozioni, comprensione e immaginazione,
ma sono gravemente inibite, bloccate o scollegate nellesprimere
o evidenziare tutto ciò, queste cose possono significare molto.
Qualcuno sfugge, non provando, come
altrimenti avrebbe potuto, a combattere o a trovare strategie per
aggirare ciò che lo blocca o lo inibisce nellesprimere lempatia,
lumorismo, le emozioni, la comprensione e limmaginazione.
Unaltra conseguenza è che qualche
persona autistica può seguire più ciò che fate, che ciò che dite
e può pensare che in realtà risponde alle vostre aspettative aderendo
a ciò che percepisce come vostre presunte limitazioni alle sue capacità.
Una persona autistica mi scrisse che non riusciva a mostrare la
sua comprensione o a parlare, perché non voleva dare una forte emozione
ai genitori (ai quali era stato detto che egli era affetto da grave
ritardo mentale ed era stata riferita la sua " incapacità a
parlare").
Questi stereotipi possono anche avere
particolari ripercussioni sui cosiddetti autistici "ad alta
funzionalità", che hanno paura di riconoscere di non rientrarvi.
Qualche "autistico" con cui sono stata di tanto in tanto
in corrispondenza, era riluttante ad ammettere di avere immaginazione,
o perché possedendola pensava di poter essere considerato "non
veramente autistico" o perché presumeva che lavere pensieri
creativi o fantastici, o immagini mentali (immaginazione), fosse
"strano" e che "nessun altro avesse niente di simile".
Cè lidea che tali soggetti
stiano soltanto dimostrando una mancanza di conoscenza dellesistenza
di altri intelletti, il che può esser vero e può anche essere il
motivo per cui persone, perfino con un eccesso di immaginazione,
non sono motivate a esprimerla, (perché nessun altro ha qualcosa
di simile). Può comunque essere anche vero che alcuni "autistici"
abbiano immaginazione, ma non sappiano come la parola "immaginazione"
possa riferirsi a ciò che essi possiedono.
La parola "autismo" può
dividersi in due parti: la prima, "aut" viene dal greco
"autos" e significa "se stesso": la seconda,
suffisso latino "ism", indica uno stato od una qualità.
La traduzione letterale di "autismo"
è quindi "stato di chiusura in se stesso" o "egocentrismo".
Forse questa parola nacque per descrivere
lapparente rigetto o distacco dagli altri, che era alla base
degli stereotipi dellautismo.
Il presupposto che coloro che sembravano
concentrati su se stessi fossero in realtà in uno stato di isolamento,
sembra assoluto. Le persone possono essere intensamente focalizzate
sulle parti del proprio corpo o le loro sensazioni o le funzioinalità,
proprio perché le percepiscono come estranee, incomprensibili, sempre
nuove e "diverse" e non sono generalmente consapevoli
del fatto che queste cose appartengono a loro. Da adolescente, nel
primo anno della scuola secondaria, ho passato molti dei miei intervalli
per il pranzo cercando di liberare una mano da un braccio, senza
percepire che entrambi erano parte del mio corpo. Avevo passato
linfanzia cercando di fuggire da quel corpo, accettando infine
lidea che quella cosa dannata non avrebbe mai smesso di rendermi
conscia del suo avvinghiante attaccamento a me.
Ho trascorso la maggior parte della
vita con un guazzabuglio di suoni che mi attraversavano il cervello
e che erano il rigurgito dei suoni del mondo che mi circondava,
privato di quasi tutto ciò che io stessa avevo prodotto.
Ho Speso la maggior parte della mia
vita cercando di far fronte a ciò che il mondo attorno a me mi scagliava
contro, con poco o nessun tempo di elaborazione per concedermi il
lusso di qualche pensiero consapevole su quel mondo. Se mai, il
mio "autismo". come quello di molti altri come me, era
spesso un esempio non di una specie di egocentrismo, ma di altruismo
nel quale ogni e qualsiasi senso conscio. congiunto o coerente di
individualità, non riesce affatto facile.
Anche se questo gioco di parole può
sembrare un mucchio di sciocchezze non pertinenti, ha invece un
suo significato in quanto, fin dallinizio, quando qualcuno
trovò il termine "autismo", la condizione è stata giudicata
dallesterno, dalle apparenze e non dallinterno, in base
a come essa viene sperimentata; come abbiamo visto, ciò ha gravi
conseguenze sul modo in cui si cerca di affrontarla e sul successo
o la mancanza di successo.
Si sono i immaginate ogni sorta di
cose su come il corpo si ammali; ci fu un tempo in cui si pensò
che il lavarsi facesse ammalare la gente e così, invece di usare
lacqua, ci si cosparse di polveri o di essenze di frutta o
di altre cose profumate, che abbassavano il livello del cattivo
odore e lo coprivano.
Ci fu un tempo in cui si pensò che
i problemi fisici delle donne fossero dovuti alla loro ricerca di
conoscenze intellettuali.
La soluzione consisté nel fatto che
le donne non dovessero cercare uneducazione formale; i loro
problemi, ivi compresa la ricerca dello sviluppo intellettivo, venivano
percepiti come conseguenza di difficoltà provenienti dallutero.
In molti casi la cura prevedeva luso di sanguisughe sul corpo,
(pensando che eliminassero il "sangue cattivo". Stranamente,
qualche volta funzionava (se non le faceva morire). Penso che se
qualcuno avesse cercato di applicarmi delle sanguisughe, avrei velocemente
imparato a smettere di evidenziare ciò per cui venivo "curata".
Il fatto è che, appena la gente capisce
meglio come funzionano le cose, si ottengono in genere i progressi.
Per qualcuno, unetichetta ha il potere dellindiscutibilità:
per altri è valida per quanto è utile. Le etichette sono fondamentalmente
risposte alla domanda "che cosa?".
Se guardate una massa rossastra,
rettangolare, solida, incastrata tra altre masse solide, rettangolari
e rossastre che assieme formano una grande superficie piatta, non
vi serve a molto sapere che ciò che state guardando è un mattone.
La parola "mattone" vi dice che cosè, ma il "che
cosa" non vi dice gran che davvero.
Quando le persone chiedono "che
cosa significa", allora quelletichetta tende in genere
a considerarne la descrizione (i sintomi). Guardano le apparenze,
anziché considerare le cose dalle proprie esperienze. La descrizione
di qualcosa vi dice una quantità di altri "che cosa" ma
niente che abbia un gran significato. Qualcuno ottiene una diagnosi
e gli viene data unetichetta. Se chiede di più, ottiene descrizioni
di sintomi in accordo con letichetta. Per molti, ciò non porta
da nessuna parte.
Il "che cosa" può identificare
ciò per cui non avevate un nome, ma non vi dice niente che non steste
già sperimentando. Non vi dice di che cosa sia fatto il "che
cosa". Non vi dice che cosa abbia provocato ciò di cui il "che
cosa" è fatto; non vi dice che cosa farne, Non vi dà nemmeno,
in realtà, una qualsiasi idea sul dove andare o a chi chiedere informazioni.
Avere la definizione del "che cosa" può darvi una piccola
informazione ma non vi dà alcun potere.
Penso stia qui il perché le persone
non si accontentano di unetichetta: prima o dopo "sentono"
di non avere niente. Possono sapere che cosa cercano oppure no;
se lo sanno è probabilmente qualche risposta ai "perché".
Le cause sono risposte ai "perché",
ma il "perché" potrebbe offuscare la vostra mente se trovaste
le cause ma non sapeste che cosa farne. Il che cosa fare delle cause
è il "come".
Il che cosa, il perché, e il come,
sono tutte parti della matematica della vita e da lì potete scoprire
"dove" andare e "chi" cercare senza rincorrere
tanto la vostra coda come avete fatto prima. Non serve cercare di
cominciare da metà o dalla fine di unequazione: la vita è
piena di binari di raccordo, ma potete arrivare a destinazione più
in fretta e più facilmente con una mappa. I binari giusti sono rappresentati
dallessere al posto giusto, con la persona (o la cosa ) giusta,
al momento giusto.
Il problema è come distinguere il
giusto dallo sbagliato e sapere che si tratta di evitare gli annunci,
gli sbandieratori, gli escursionisti solitari e di limitarsi a leggere
i segnali lungo la via.
"Che cosa?", "come?",
"perché?" (chi? o quale? o quando? o dove?) possono
essere non solo tipi diversi di domande, ma diversi livelli di interrogativi.
Ecco un esempio per spiegare meglio tutto ciò: la situazione è:
"Il cane che non voleva muoversi.
Il che cosa (la situazione): lincapacità
del cane di muoversi
Il come (i sintomi): il cane sembra
incapace di muoversi da un posto allaltro
Il perché (la causa):
il cane è incollato al pavimento
il cane è morto
il cane è di legno
il cane è addormentato
(il quando, dove, chi, o soluzioni):
togliere la colla al cane
seppellire il cane morto e
prenderne uno che si muova
mettere delle ruote al cane
di legno)
aspettare che il cane si svegli
Osservando lesempio potete
vedere che il focalizzarsi solo sulla situazione non aiuta affatto
a cambiarla. Il focalizzarsi sui sintomi non trova soluzioni. Se
vi fermaste alle cause non sapreste come affrontare la situazione.
Affrontarla significa guardare al di là delle etichette, dei sintomi
e delle cause, ma qualsiasi viaggio per scoprire soluzioni reali
deve passare attraverso tutte queste cose.
Sindrome di Asperger?
Una giovane donna con Sindrome di
Asperger, mi fu presentata con queste parole: <La signora ha
la sindrome di Asperger, proprio come te>.
Sembrò sollevata per le mie capacità:
fino a quel giorno non aveva mai incontrato una persona con quella
sindrome e, come i suoi genitori, si faceva un dovere di puntualizzare
che era una persona molto capace e non-autistica. Per questo tipo
di persone e per la stessa giovane donna, essere autistica significava
non essere competente, essere ritardata e fondamentalmente non avere
un gran diritto a sognare un futuro abbastanza pieno e un posto
paritario tra i nonautistici.
Non era la prima volta che sentivo
questa "ripugnanza", questo psicologico camminare furtivo
che ricadeva in qualche zona tra paura, pregiudizio, ignoranza e
sussiego. Lavevo sentita molte volte, in termini diversi:
genitori che chiedevano di non accennare allautismo in presenza
del figlio adulto e capace, perché non gli era mai stato detto niente:
genitori che sottolineavano al figlio/a che era più capace di me
perché aveva la Sindrome di Asperger e non lautismo; genitori
che si inorgoglivano per quanto "normale" appariva il
figlio.
Io ero lì, con questa giovane donna
con grandi occhi interessati e un volto sorridente. Non le dissi
che i genitori sbagliavano. Non le dissi che avevo chiesto alla
persona che aveva fatto la mia diagnosi, un uomo con trentanni
di esperienza con persone autistiche e con Sindrome di Asperger,
se fossi affetta da questultima. Non le dissi che mi aveva
risposto, molto chiaramente, che, secondo lui, non avevo la Sindrome
di Asperger. ma ero autistica.
Tra alcuni autistici, cosiddetti
"high Functioning", le persone high Functioning con Sindrome
di Asperger, sono considerate "simili a sé", perché se
la maggior parte delle persone con Sindrome di Asperger sono high
Functioning, pochi veri autistici lo sono. Ciò significa che la
maggior parte della popolazione "autistica high Functioning"
o non è cresciuta in mezzo alle persone cosiddette "low Functioning",
oppure vede se stessa condividere più capacità e "interessi"
con persone con sindrome diversa e pari livello di funzionamento
che con persone che condividono la loro etichetta.
Parimenti, molti Asperger funzionalmente
capaci, non si trovano troppo diversi dalle persone autistiche "high
functioning ". Da quando ho scritto la mia autobiografia, ho
ricevuto unenorme quantità di lettere di persone con Sindrome
di Asperger che hanno scritto per dirmi: "sono proprio come
te!". Qual è allora, dal mio punto di vista, la differenza
tra me e qualche Asperger?
Sindrome di Asperger contro Autismo
Mio marito Paul è così simile nei
suoi sistemi di funzionamento a tante altre persone con Sindrome
di Asperger funzionalmente abili che, pur non avendo una diagnosi,
lo considero tale. Penso anche che sia, come molti altri Asperger,
simile a me. Eppure, dopo aver vissuto con lui per quasi tre anni,
sono arrivata a scoprire che, pur condividendo molti sistemi di
funzionamento, ci sono fra noi differenze fondamentali; differenze
che divido con persone autistiche.
Anche se non sono qualificata per
discutere la differenza tra autismo e Sindrome di Asperger, sono
in grado di discutere la differenza tra i sistemi di funzionamento
di quelli come me e quelli di qualcuno come Paul.
Le somiglianze
Per cominciare con le somiglianze,
Paul, come me, ha la Candida Albicans, uninfezione da lievito
che io e lui abbiamo probabilmente avuto fin dallinfanzia.
Entrambi abbiamo problemi correlati alla tossicità, alle allergie
da cibi e sostanze chimiche, a deficit di vitamine/minerali e a
ipoglicemia reattiva, ciascuno dei quali influenza il rifornimento
di ossigeno e di altre sostanze nutritive del cervello e sono queste
sostanze che assicurano unefficiente elaborazione, accesso
e monitoraggio delle informazioni.
Paul ed io condividiamo anche problemi
di attenzione, simili a quelli di chi ha un deficit attentivo. Abbiamo
anche entrambi una situazione visuo-percettiva chiamata Sindrome
della Sensibilità Scotopica (un po come la Dislessia), che
riguarda la nostra capacità di elaborare linformazione visiva
e abbiamo problemi simili su altri canali sensoriali. Il livello
di queste difficoltà è, però, superiore in me che in Paul.
I problemi di attenzione sono stati
notevolmente migliorati dallapproccio alimentare, così come
dalle speciali lenti Irlen (lenti colorate), che diminuiscono la
quantità delle informazioni visive in arrivo, permettendo unelaborazione
più completa, che le rende quindi più significative, significanti
e coerenti. La loro capacità di migliorare il funzionamento sembra
più alta per me che per Paul, con cui invece condivido sovraccarico
di informazioni, ipersensibilità sensoriale ed emotiva e tendenze
ossessivo-compulsive ad essi correlate. Entrambi funzioniamo, essenzialmente,
con modalità mono anziché a molti canali e facciamo affidamento
su definizioni immagazzinate e memoria seriale.
Le differenze
Benché entrambi assorbiamo troppe
informazioni senza filtrarle in modo corretto per la pertinenza,
lefficienza con cui elaboriamo quelle informazioni è diversa
per ciascuno di noi. Fra i due, la mia elaborazione delle informazioni
in arrivo è, in genere, meno efficiente: dei due, sono la più conforme
alla realtà e,
in genere, mi sforzo di raggiungere
una completa interpretazione realistica dellinformazione limitando
così la mia capacità di elaborazione per cose come il significato
relativo e personale. Ciò significa che ogni cosa viene da me elaborata
alla stessa stregua, tutto o niente. Significa anche che non prendo
le cose da un punto di vista molto personale e tendo a rispondere
in modo più obiettivo, staccato e logico.
Paul, daltra parte, come molti
con Sindrome di Asperger, elabora parimenti informazioni rilevanti
e irrilevanti ma, come molti altri simili a lui, il suo modo di
elaborare è più efficiente ed elabora le informazioni al di là del
loro livello letterale. Ciò vuol dire che fa un numero maggiore
di connessioni tra ciò che ha sperimentato e altre cose ed anche
che possiede un maggior senso del significato relativo e della significatività
personale di ciò che sperimenta. Quindi, in genere, risponde in
modo più soggettivo, più personalmente coinvolto e meno staccato
o puramente logico di me. Vuol anche dire che il sé di Paul (forma
socialmente costruita dellio) è più completamente sviluppato
di quanto non sembri il mio; usa di più cose come orgoglio e solennità.
Il suo bisogno di accettazione nasce dal bisogno di essere valutato,
mentre il mio ha origine dal sapere che laccettazione significa
in genere che la gente diventa più prevedibile e meno in grado di
provocarmi o ferirmi
Parimenti, laccesso di Paul
a informazioni immagazzinate e il monitoraggio dellespressività.
sono anchessi più efficienti e, pur se soffre di ansia, la
sua è di natura diversa e non soffre, come me, di ansia da esposizione.
Ciò significa che, pur se può agitarsi molto, egli trova i mezzi
per esprimere le cose o per ottenere o per farle più facilmente
di me e può anche restare su un percorso previsto con meno difficoltà.
Ciò significa anche che non deve fare tanto assegnamento sui rituali,
come mezzo per tenersi occupato in assenza di una elaborazione e
monitoraggio efficienti; così, le sue attività sono in genere più
varie e spontanee delle mie e sembra meno egocentrico e più compiacente.
Il cervello di Paul attiva meno tentativi
istintivi e involontari di compensare per problemi di connessione,
tolleranza e controllo. Ciò significa che non è portato ad abbandonarsi
compulsivamente a comportamenti di tipo più chiaramente autistico
come io mi scopro fare. Al posto di ciò, Paul ripone più fiducia
su informazioni immagazzinate e strategie volontarie di compensazione
di quanto non faccia io. Il risultato di queste differenze è che
Paul sembra avere un maggior autocontrollo e comportarsi in modo
più continuativo e completo entro i confini di modi di agire e risposte
socialmente comprensibili e accettabili. Anche se questi comportamenti
possono sembrare formali, immagazzinati o pomposi e, quindi, socialmente
inappropriati, in particolari momenti o luoghi sono in genere ancora
facilmente comprensibili alla maggior parte delle persone e, quindi,
meno disturbanti o sconcertanti. Se io dovessi essere formale o
pomposa, dovrebbe essere conseguenza delleffetto soffocante
dellansia da esposizione sullespressività. La stessa
pomposa formalità, in Paul, sarebbe più probabilmente conseguenza
della mancanza di istinto sociale malgrado il desiderio di socializzare
con gli altri.
Malgrado Paul abbia più fiducia nelle
informazioni immagazzinate, ne ha meno di me nelle regole. Ciò vuol
dire che sembra aver maggiore flessibilità. Poiché la sua capacità
di accedere alle conoscenze che già possiede è più efficiente od
egli è maggiormente in grado di accedervi volontariamente, generalmente
usa il suo vocabolario e le frasi immagazzinate più flessibilmente
e in modo più coerente e più appropriato alla situazione.
Daltra parte, Paul è in genere
meno autocosciente di me, probabilmente perché è meno egocentrico
(molto diverso da egoistico) di me. Ciò è probabilmente dovuto al
fatto che, in assenza di una capacità di elaborare efficientemente
le informazioni in arrivo, le mie energie sono indirizzate ad elaborare
informazioni generate interiormente e le sue no. Posso non aver
saputo, consapevolmente, ciò che sentivo, ma sapevo che cera
una sensazione. Paul invece, essendo in grado di elaborare le informazioni
in arrivo, in modo più efficiente, non sviluppò la capacità di elaborare
efficientemente le sensazioni interiori. Il risultato è che, pur
potendo dare un nome più esatto ai messaggi del corpo e alle emozioni,
io sono più consapevole di lui di quando provo queste sensazioni,
anche se non so nominarle o dire da dove arrivino.
E anche probabile che, dato che Paul
è emotivamente ipersensibile, non abbia sofferto, come me, di ansia
da esposizione, acuta e paralizzante. E unesperienza che soffooca
e intrappola. Se si può lottare per la consapevolezza, in questa
condizione, si è in genere battuti per un tempo lunghissimo, prima
che si sviluppi un qualsiasi controllo sulla capacità di lottare
per la sua espressione, ad un livello in cui si possa affrontare
il forte impulso a deviare, evitare e rifiutare lespressività,
abbastanza da permetterle di passare in modo continuativo e reale.
Ciò, più di ogni altra cosa, forza unintensa autoconsapevolezza,
anche se solo a livello inconscio, ma attivabile.
Paul è in genere, più continuativamente
consapevole degli altri, anche se spesso in modo difensivo. Tale
consapevolezza è dovuta al fatto che è meno egocentrico di me perché
è stato più in grado di elaborare informazioni in arrivo e, quindi,
meno localizzato su informazioni prodotte interiormente. Ciò significa
anche che ha un senso fortemente sviluppato di curiosità reale e
la capacità di chiedere informazioni al di là dellabbandonarsi
alla pura sensorialità. Io, in genere, no. Mentre ho una più forte
pulsione verso labbandono sensoriale, che talvolta sembra
curiosità, Paul realmente pensa in modo conscio alle cose che sperimenta
sensorialmente: va al di là delle stesse esperienze. Le sue domande,
inoltre, sono in genere sul mondo che lo circonda; le mie sono generalmente
tese a chiarire qualcosa correlato alla mia stessa autocomprensione.
Una volta esaurita questa, in genere non ho altre domande (questo
è egocentrismo).
Per entrambi, i nostri diversi problemi
sono socialmente limitanti. La conversazione con me ha in genere
un punto di partenza e di arrivo di confronto con me stessa: con
Paul, in genere, comincia e finisce con ciò che è fuori di lui.
Se gli si chiede come qualcosa di ciò si rifletta sulla sua autocomprensione
o le sue emozioni, in genere si agita e può solo appoggiarsi su
risposte immagazzinate o su quello che "una persona dovrebbe
pensare o sentire su ciò".
Malgrado le nostre diversità, ancora
sentiamo di capire il modo in cui laltro trova il senso delle
cose, più di quanto non accada con persone non autistiche.
Abbiamo problemi di fondo essenzialmente
simili, ma il livello di difficoltà di elaborazione, accesso e monitoraggio
di ciascuno di noi, ha creato uno sviluppo sociale, unespressività,
un uso del pensiero, una risposta alle sensazioni e un livello generale
di funzionamento molto diversi.
So fossimo automobili, nessuno di
noi sarebbe completo.
Paul non avrebbe lo sterzo; io non
avrei le ruote. Paul beneficia della convivenza con me che ho lo
sterzo; io, del vivere con Paul che ha le ruote.
La maggior parte delle persone autistiche
o con Sindrome di Asperger, ad alta funzionalità, può dire "chi
ha che cosa", e gravitiamo nella direzione di coloro che più
di altri condividono il nostro sistema, purché il livello di funzionamento
s ia simile.
I professionisti, daltra parte,
spesso si imbattono in una persona autistica funzionalmente valida
ed erroneamente presumono (talvolta perfino insistono), che quella
persona non sia autistico, ma abbia la Sindrome di Asperger.
Questo modo di pensare rinforza ingiustamente
gli attuali stereotipi e le prognosi delle due condizioni: che la
popolazione con Sindrome di Asperger abbia unintelligenza
normale o superiore e la popolazione autistica no: che gli Asperger
possano in genere arrivare a vivere una vita indipendente e gli
autistici no. Ciò che ho visto, però, è il verificarsi di qualcosa
di simile tra persone meno funzionalmente capaci.
Ci sono persone con Sindrome di Asperger,
a bassa funzionalità e prive di linguaggio, etichettate come autistiche.
ma che, spesso in modo del tutto diverso dalle controparti autistiche,
hanno un linguaggio recettivo eccellente, possono avvicinare altri
in confronto diretto (cioè prendere per mano e allontanare qualcuno
da una stanza e fargli prendere qualcosa) e hanno solo problemi
sensopercettivi minimi (evidenziando molti meno comportamenti
autistici bizzarri, che possono provenire
da ansia da esposizione, ipersensibilità sensoriale e problemi percettivi).
Per contro, bambini autistici con
lo stesso basso livello di funzionalità, hanno un linguaggio ricettivo
notevolmente scarso, sia visivamente che uditivamente; hanno problemi
di connessione col senso corporeo e la percezione del corpo e spesso
non possono sopportare lesposizione data dalliniziare
unazione diretta e personale con unaltra persona, finendo
talvolta per negare il desiderio o il bisogno provato e impegnandosi
invece in sensazioni o azioni per desintonizzarsi con la consapevolezza.
Pur se entrambi possono avere scarse
capacità di linguaggio, una può non parlare per la mancanza di capacità
sociali istintive, malgrado la capacità (più a molti canali) delle
abilità e la mancanza di desiderio, o bisogno, di usare il linguaggio.
laltro può non usarlo, malgrado
la notevole capacità sociale istintiva, perché i vari sistemi non
sono attivati oppure lansia da esposizione o lipersensibilità
sensoriale rendono impossibile o scomodo sia usare il linguaggio,
sia incoraggiare gli altri a farlo. In altre parole, uno può essere
un caso di mancanza di istinto sociale, malgrado la capacità, laltro
può essere un caso di incapacità o estrema difficoltà nello sviluppo
o nelluso di abilità sociali, malgrado il notevole istinto
sociale. Quando i professionisti vedono la differenza in termini
di alto e basso funzionamento, possono non riuscire a cogliere i
diversi tipi di aiuto che questi gruppi richiedono e il fatto che
un Asperger a bassa funzionalità possa avere unerrata diagnosi
di "autismo", dice qualcosa per la speranza di molti,
diagnosticati "autistici", con prognosi senza speranza.
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