| |
Facilitazione
e Disturbo Autistico:
un ponte tra mente e corpo per accedere al gesto intenzionale
a cura della D.ssaVittoria Cristoferi Realdon.
1. Autismo e azioni complesse:Facilitazione spontanea
Ogni genitore, ogni operatore esperto, che deve sollecitare prestazioni
motorie complesse da parte di un soggetto autistico, utilizza più
o meno consapevolmente qualche forma di facilitazione.
In sostanza indica, o tocca, o con i soggetti più verbalizzati
nomina, la parte del corpo che deve essere mobilizzata e, se le
attività da compiere sono ripetute nel tempo o di lunga durata,
può fornire anche un input sonoro o una guida gestuale per
sostenere e ritmare l’azione.
Senza facilitazioni, infatti, una persona autistica dimostra una
notevole difficoltà ad eseguire nuovi compiti motori, soprattutto
quelli che presentino un certo grado di complessità (per
esempio azioni caratterizzate da più passaggi concatenati
fra loro in vista di uno scopo).
Il modello visivo da imitare è utile per gli autistici, ma
quasi mai sufficiente, specie alla prima esperienza. Ciò
che serve loro è sperimentare l’azione completa e correttamente
eseguita.
Così il buon educatore impara che può essere necessario
all’inizio anche posizionare nel modo giusto le parti del corpo
della persona autistica, e accompagnarne il movimento con le mani,
quasi trascinandolo insieme a lui nell’azione, come quando s’insegna
a ballare a qualcuno.
Poi egli potrà allentare un po’ alla volta la guida e limitarsi
a qualche sollecitazione saltuaria, di tipo tattile, o sonoro, o
visivo, da inserire nei momenti critici ,cioè quando l’autistico
va in confusione e rischia il blocco o l’errore e la conseguente
rinuncia.
Definirei tutte queste procedure come facilitazioni spontanee, poiché
i genitori e gli insegnanti le usano naturalmente, in modo quasi
inconsapevole. I terapisti della motricità d’altra parte
le hanno apprese e le usano come modalità tecnica efficace
e preziosa soprattutto con i bambini molto piccoli o molto insicuri.
La sottostante difficoltà di programmazione ed esecuzione
dei movimenti potrebbe essere riconosciuta come una forma di aprassia.
2. Autismo e scrittura: Facilitazione spontanea
A molti insegnanti e a molti genitori è naturalmente venuto
in mente di usare questo sistema per facilitare l’apprendimento
della scrittura nei bambini autistici (e non solo), posizionando
le loro dita attorno alla matita, posando la propria mano sulla
loro mano e aiutandoli a spostare piano piano la mano e l’avambraccio
sul foglio nel corso della scrittura.
Chi ci ha provato sa che il sistema è piuttosto efficace
quanto alla possibilità di scrivere insieme, ma che è
molto più difficile ottenere che il bambino autistico segua
con lo sguardo il movimento della sua mano, che attribuisca interesse
e significato ai suoi prodotti grafici, o che arrivi a scrivere
da solo, sotto dettatura o spontaneamente, quelle lettere che con
tanto esercizio passivo dovrebbe infine avere imparato a tracciare.
In sostanza il passaggio ad un utilizzo attivo ed intenzionale delle
sequenze motorie passivamente
sperimentate non si realizza quasi mai; senza il contatto delle
mani dell’adulto l’atto motorio che produceva una scrittura dotata
di significato si spegne rapidamente, si arresta o deraglia su sequenze
di segni già appresi e ripetuti in modo stereotipato.
Contro questi ben noti limiti e difficoltà s’infrange l’entusiasmo
d’ogni insegnante e d’ogni genitore volenteroso.
3. Autismo e ipotesi interpretative
Di regola entrambi concludono prima o poi che l’autistico non riesce
a scrivere da solo perché è limitato a livello cognitivo
e che per lo stesso motivo non riesce a parlare.
Sembra infatti ragionevole pensare che chi non può accedere
al codice verbale parlato, che di norma è il primo ad essere
appreso, non possa padroneggiare nemmeno quello scritto.
Più o meno lo stesso ragionamento si applica anche ai ragazzi
Down che non accedono al linguaggio verbale e dunque non vengono
neppure avvicinati alla letto-scrittura.
Altri invece pensano (e sono in genere questi gli operatori “psi”,
che hanno alle spalle una cultura di tipo psicodinamico) che l’autistico
non impari a parlare e a scrivere solo perché non gli interessa
farlo, in sostanza per disinteresse/rifiuto verso l’altro e verso
tutto ciò che l’altro gli richiede.
È un’ipotesi apparentemente più ottimistica e generosa,
cui si attaccano con speranza e passione i genitori dei bambini
autistici più piccoli, e in genere gli operatori “psi” più
giovani ed entusiasti.
Si aprono così diverse interpretazioni psicodinamiche, accomunate
dal fatto di collocare l’origine di tale rifiuto in una risposta
difensiva dell’autistico di fronte all’incompetenza affettiva ed
al rifiuto (magari inconscio) del genitore.
La proposta diventa allora la Psicoterapia, nelle sue più
svariate declinazioni; l’iter terapeutico è abitualmente
di lunga durata, di costo elevatissimo (sia a livello emotivo che
economico).
La psicoterapia in genere s’interrompe, con diversi pretesti, per
esaurimento di risorse dall’una o dall’altra parte. I risultati
spesso sono molto scarsi rispetto alle aspettative.
4. Autismo e Disprassia
Eppure tra Scilla e Cariddi, tra l’ipotesi dell’incompetenza cognitiva
(che sollecita pensieri di impotenza e pratiche di mera assistenza),
e quella del rifiuto volontario (che fa sprofondare i genitori nel
senso di colpa evocando oscuri traumi affettivi da loro perpetrati),
esiste anche una terza ipotesi: quella dell’incompetenza espressiva,
vale a dire l’esistenza di una grave disabilità a realizzare
compiti a valenza comunicativa o interattiva, implicanti il confronto
con l’altro.
L’Autistico dunque non può fare, o non può fare da
solo, o non può fare in qualunque contesto, ciò che
ci si aspetta da lui, ciò che ha comunque capito a livello
cognitivo, che vorrebbe fare quanto a disponibilità e interesse
verso l’altro, ma che disgraziatamente non riesce a fare, senza
qualche forma, auspicabilmente transitoria, di aiuto esterno.
E l’ipotesi della disprassia nella patogenesi dell’autismo, lasciandone
in questa sede impregiudicata l’eziologia, tuttora in fase di studio
molto intenso in ambito internazionale, ma dandosi la pena di ricordare
che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha così
definito l’Autismo :Un disturbo causato da un malfunzionamento di
tipo neurobiologico del Sistema Nervoso Centrale.
Per affrontare il concetto di disprassia è forse utile richiamare
prima il concetto di prassia: ( Tav.I)
Una prassia è un gesto intenzionale, cioè una sequenza
coordinata di movimenti atti a raggiungere uno scopo desiderato.La
disprassia è la difficoltà a realizzare tale tipo
di gesto.
Esiste in molti soggetti Autistici una grave difficoltà a
realizzare ogni nuovo gesto volontario complesso, tanto più
grave quanto più il gesto richiesto implica la frequente
necessità di variare la posizione reciproca dei diversi segmenti
corporei , la direzione e la velocità del movimento atto
a raggiungere lo scopo.
Questo è appunto il caso della scrittura manuale, ove la
sequenza dei piccoli gesti atti a tracciare le singole lettere sul
foglio varia in funzione delle parole da scrivere, e tutto il meccanismo
deve essere rapidamente e agevolmente padroneggiato se si vuole
mantenere nella mente il significato di quanto si intende scrivere.
E ancora più il caso del linguaggio parlato, ove il numero
dei muscoli da mettere in funzione e coordinare strettamente per
pronunciare i diversi suoni nella giusta sequenza per formare le
parole è impressionante. Nessuna meraviglia quindi che la
disprassia negli Autistici intralci e blocchi in modo elettivo il
linguaggio verbale.
Ma la disprassia, per quanto ne sappiamo (e per quanto ci testimoniano
le persone Autistiche in grado di esprimersi ) non colpisce il pensiero
e neppure i sentimenti.
Allora un disprassico, allora un Autistico, può essere intelligente
e sensibile, anche se non può parlare in modo attendibile,
anche se gli è molto difficile riuscire a scrivere da solo,
specie con la scrittura manuale.
5. Nuove conoscenze e caduta dei pregiudizi sulle disabilità
La Pedagogia Speciale prima, le Istituzioni Scientifiche poi e
alla fine anche la Società civile hanno da tempo riconosciuto
che un sordo, anche se non ha mai udito il linguaggio parlato, anche
se non parla o parla con difficoltà, non è un Insufficiente
Mentale; si sa che egli possiede un adeguato livello di pensiero
e può utilizzare efficacemente il linguaggio gestuale e quello
scritto per comunicare. Ma la battaglia per ottenere tale riconoscimento
è stata dura e il pregiudizio degli udenti non è del
tutto scomparso.
Più recentemente, anche grazie all’apporto della tecnologia
elettronica ed informatica, e delle periferiche adattate alla disabilità
e personalizzate, abbiamo capito che un grave disabile motorio,
privo di linguaggio orale, può comunicarci dei pensieri molto
profondi con la scrittura, se solo può avere a disposizione
l’ausilio adatto, capace di by-passare il suo handicap di movimento
per aprire la via alla comunicazione bidirezionale.
E allora succede che le sue smorfie, i suoi movimenti inconsulti,
i suoi mugolii quasi animaleschi, non ci appaiono più la
pantomima volontaria di un pazzo, né il segno dell’incompetenza
cognitiva di un Ritardato mentale, ma solo il tentativo fallito
di comunicare di una magnifica mente imprigionata in un corpo dai
comandi danneggiati.
6. Nuovi approcci educativi e nuove tecnologie al servizio
della Comunicazione
Oggi la Pedagogia Speciale, integrando in un’ottica multidisciplinare
gli apporti della Neuropsicologia delle funzioni corticali superiori,
incomincia a vedere l’Autismo come un altro caso di disabilità
in cui la disfunzione che colpisce l’espressività mimica
e gestuale, la produzione vocale e l’azione volontaria socialmente
orientata, in quanto non riconosciuta, determina un’errata presunzione
di grave incapacità cognitiva, o di turba psicopatologica,
da parte dei non-autistici.
L’Autismo può dunque essere un altro caso in cui la tecnologia
elettronica, audio-visiva ed informatica, ci apre una strada nuova
per by-passare l’handicap espressivo e ricostruire una comunicazione
bi-direzionale di buon livello.
A) Aspetti percettivi (vista periferica, scarsa fissazione, ridotta
esplorazione ed inseguimento)
Il monitor, per le sue caratteristiche fisiche, cattura l’attenzione
visiva dei soggetti autistici più di qualunque immagine su
carta, più della realtà stessa che li circonda.
In effetti le immagini sul video sono costituite da punti luminosi
in continuo movimento (pixel) e
non c’è nulla di più adatto a stimolare la parte periferica
della retina (usata preferenzialmente da molti autistici) se non
dei punti luminosi in movimento. Dunque immagini e lettere presentate
sul monitor sono straordinariamente attraenti e fisicamente visibili
per un autistico. L’allenamento e la cura dell’educatore nel sollecitarne
l’attenzione condivisa e l’orientamento degli occhi farà
progressivamente maturare anche la visione centrale, con il suo
indispensabile potere discriminativo, essenziale per la lettura.
B) Aspetti motori ( disprassia, dismetria, ipotonia, impulsività
nel gesto)
Digitare lettere sulla tastiera di un computer, o di una macchina
da scrivere, o indicarle con il dito su di una tastiera di carta,
richiede un gesto molto più semplice (rapido, ripetitivo,
con minimi spostamenti articolari per produrre le diverse lettere)
rispetto alla scrittura manuale; la resa grafica sullo schermo è
inoltre sempre perfetta e garantita; lo scorrimento delle lettere,
cioè l’avanzamento del punto in cui si scrive, è compito
della macchina. Se dunque alcune incombenze motorie necessarie per
comunicare sono semplificate o prese in carico dalla macchina, molti
problemi del disprattico- autistico rispetto alla scrittura sono
già risolti, o alleggeriti in partenza. Ma altri (quali la
dismetria , l’impulsività, la perseverazione), diversamente
rappresentati nei differenti soggetti, richiedono l’apporto umano
(il facilitatore) per essere superati.
Un altro problema che la macchina non può risolvere è
l’avvio dell’azione (lo start) al momento giusto, il passaggio critico
tra la decisione mentale e l’attivazione muscolare che innesca il
movimento utile (il dito che si muove verso la lettera pensata e
riconosciuta sulla tastiera) e anche la concatenazione di ogni gesto
con quello successivo, poiché ogni configurazione gestuale
differente
(spostare il dito da un tasto all’altro) richiede di fatto un nuovo
avvio.
C) Aspetti emotivi:(ansia da prestazione e da esposizione) (Tav.II)
Donna Williams, autistica ad alto funzionamento e scrittrice, ha
descritto questo particolare fenomeno, tipico secondo lei della
persona con Autismo, che, traendo origine da un’anomalia della modulazione
emotiva, intralcia, blocca o devia ogni azione emotivamente significativa.
E proprio a questo livello (di strutture e circuiti regolatori delle
emozioni), anche secondo quanto ci segnalano gli studi neurofisiologici
più recenti, che si innesca il particolare disturbo disprassico
specifico dell’Autismo, capace di interferire sull’azione volontaria
e consapevole tanto più sensibilmente quanto più questa
è imbevuta di desiderio e di emozione.
“Più intensamente desidero fare un gesto rivolto all’altro
e meno posso farlo”, scrive molto esplicitamente Donna Williams.
È una situazione così intollerabile e senza via di
uscita che all’autistico non resta altra scelta che allontanarsi
e rinunciare per trovare sollievo. Così il risultato finale
sarà proprio l’opposto di quello desiderato (e qualcuno a
quel punto dirà che non gli interessa niente).
Non è strano allora che possa scattare un’autentica rabbia
(con auto ed etero-aggressività).
Non è strano che la persona autistica impari con il tempo
a “non provarci più”, a rinunciare al pensiero stesso di
poter entrare in contatto con l’altro in modo affidabile e controllato.
7. La facilitazione come tecnica
Rispetto alla difficoltà di molti autistici ( e di molti
disprassici con differenti diagnosi cliniche) nel digitare lettere
in successione su di una tastiera, ma anche rispetto alla difficoltà
più generale nel concatenare tra loro segmenti di azioni
volontarie finalizzate ad uno scopo, entra in gioco l’effetto straordinario
di quel “tocco” che è proprio della facilitazione, con tutte
le specifiche modalità interattive che vi si accompagnano.
Si tratta di un particolare contatto con il facilitatore, mano sulla
mano prima, poi mano sotto il polso, sotto il gomito, alla spalla,
sull’altra spalla, sul ginocchio, ecc. sempre nell’ottica del raggiungimento
di una completa indipendenzadel facilitato.
Il facilitatore preferito è di regola una persona ben conosciuta
dall’autistico, di cui egli ha imparato a fidarsi. Ma tutte le persone
che hanno occasione di comunicare con lui sono potenziali facilitatori
(anche se è dimostrato che la persona autistica fa le sue
scelte e alcuni vengono rifiutati).
Imparare a facilitare non è particolarmente difficile, se
si è persone disponibili e non troppo ansiose; ma è
necessario essere supportati dalla consulenza di chi è esperto
nella metodica.
Infatti il training di ogni soggetto facilitato verso l’autonomia
e verso il livello più elevato possibile di comunicazione
può essere più o meno lungo, mentre la modalità
della facilitazione risulterà diversa da un caso all’altro
poiché gli effetti incrociati della disprassia e dell’ansia
da esposizione creano difficoltà e necessità di supporto
diverse da soggetto a soggetto. Ogni persona con autismo del resto
ha il suo carattere e la sua personalità, cosicché
non si può prevedere nulla in partenza.
8.L’effetto della facilitazione
Una facilitazione personalizzata risulta efficace rispetto ai diversi
tipi di difficoltà disprassiche quasi come un servo-meccanismo
applicato ad un dispositivo ad alta resistenza meccanica, che rende
sorprendentemente facile e fluido il movimento.
I soggetti facilitati descrivono così l’effetto del “tocco”
facilitante:”Mi fa capire meglio dov’è la mia mano”. “Io
posso quando mi prende la paura di essere davvero io che scrivo
imbrogliare la mia mente e dire che sei tu”. “Tu sei come Toldo
e acchiappi sicura tutti i miei pensieri”.”La tua mano mi fa tenere
il filo del discorso”.”Mi aiuta a non sbagliare e a ripartire quando
vado in confusione”....
Forse dopotutto l’aiuto sta a metà strada fra il supporto
fisico ed il sostegno empatico, più o meno come accade a
una mamma che tiene per mano il suo bambino ancora incerto nel camminare:
se gli lascia la manina quello si ferma, si siede o cade a terra,
ma non è perché le gambe non lo sostengono più;
assistiamo invece alla disintegrazione di competenze acquisite,
ma non ancora consolidate, di fronte alla paura di essere da solo.
Per lo stesso motivo teniamo la mano, da dietro, sul sellino della
bicicletta di un bambino che impara ad andare senza “le ruotine”
di sostegno, e poi la stacchiamo senza che lui se ne accorga, e
gli facciamo festa perché è riuscito a cavarsela da
solo.
Qualcosa di simile fa il facilitatore: la sua mano si sposta in
su, sempre più lontano dalla mano che scrive; il suo tocco
si fa sempre più lieve, fino a poter essere eliminato senza
che si verifichi la disintegrazione (percettivo-motoria ma anche
cognitiva) legata alla paura di funzionare da solo, che renderebbe
confusa o impossibile la comunicazione verbale scritta, come già
avviene per quella orale.
9.Perplessità e pregiudizi rispetto alla Comunicazione
Facilitata (C.F.)
Essendo in contatto ormai da sei anni con diversi bambini e ragazzi,
autistici e non, che utilizzano (oltre ad ogni possibile altra strategia
conosciuta), anche la Comunicazione Facilitata, e ne hanno ricavato
molteplici vantaggi a livello comunicativo, cognitivo e relazionale,
trovo sempre più evidente che la resistenza più accanita
rispetto a questa metodica così innovativa, efficace e delicata,
viene soprattutto da chi mantiene dentro di sé incrollabile
il pregiudizio di “incompetenza cognitiva”, cioè di deficit
mentale o di grave psicopatia, attribuito agli Autistici, o comunque
a quei soggetti che non possono accedere all’uso del linguaggio
espressivo orale.
Su tali rigide convinzioni si fondano non di rado consolidati modelli
operativi, e sotto di esse giacciono prematuramente sepolte le speranze
di molte famiglie.
Eppure se un imputato in un paese civile è da considerarsi
innocente fino a prova contraria e a condanna definitiva, credo
che anche una persona Autistica che non comunica debba essere considerata
competente e sensibile fino a inconfutabile prova contraria, e credo
abbia il diritto di accedere ad ogni possibile modalità comunicativa,
tradizionale o alternativa.
Presumere competenza e offrire opportunità di istruzione
e partecipazione sono doveri prioritari di ogni educatore, di ogni
genitore e anche di ogni clinico-ricercatore, secondo il Prof. Douglas
Biklen della Syracuse University di New York, supervisore di tutti
Centri Italiani accreditati per l’utilizzo della C.F.
E stato infatti dimostrato che la Scienza è in grado di riconoscere
e studiare solo quei fenomeni di cui ammette la possibile esistenza.
Non c’è insomma peggior cieco di chi non vuole vedere. Il
dialogo e la possibilità di avviare percorsi seri e condivisi
di ricerca a proposito di C.F.
con una gran parte del mondo Accademico sono stati fino ad oggi
quasi inesistenti.
Ma qualcosa comincia finalmente a muoversi, e come al solito in
prima linea ci sono i Pedagogisti.
10.Considerazioni conclusive: autismo come discinesia dell’intenzionalità
socialmente orientata
Perché un’azione volontaria, specie se indirizzata all’altro
è così proibitiva per il soggetto autistico?
Perché invece può padroneggiare straordinarie performances
di tipo ripetitivo, stereotipato e/o ritualizzato (indirizzate agli
oggetti solitamente e realizzate in solitudine preferibilmente)?
In campo neurologico un fenomeno simile si chiama dissociazione
automatico-volontaria, condizione conosciuta in molte malattie del
cervello.
Tutto ciò che è automatico funziona bene (di qui forse
deriva il piacere evidente degli autistici nel ripetere all’infinito
alcuni gesti appresi, che “riescono loro bene”).
Tutto ciò che, in quanto nuovo, è necessariamente
volontario può subire imprevedibili e incontrollabili blocchi,
deviazioni, o viraggi verso comportamenti incongrui o oppositivi
(e tanto più quanta più aspettativa sociale c’è
verso l’azione da compiere). Da qui trae forse origine l’ansia degli
autistici per le situazioni nuove e impreviste, che richiedono adattamenti
ed azioni non ancora sperimentate e apprese.
Quest’ansia incrementa poi la dissociazione ideo-prassica in un
pericoloso circolo vizioso.
La facilitazione sembra poter invece innescare, e coordinare tra
loro sequenze semi-automatiche già apprese, che possono così
concatenarsi e supportare la realizzazione di quelle azioni volontarie
che il soggetto desidera compiere senza di fatto riuscirvi; e tra
queste anche la possibilità di indicare deliberatamente lettere
e spazi sulla tastiera del computer per tradurre in scrittura un
pensiero a lungo”intrappolato”nella mente.
Scrive Piercarlo, giovane autistico di 21 anni: “Sono prigioniero
dentro il mio cervello senza uscire mai”; e più avanti a
proposito della sua scarsa autonomia:”Sono un bambino di 21 anni”.
Fortunatamente la pedagogista australiana Rosemarie Crossley ha
empiricamente osservato da oltre 15 anni che molti ragazzi privi
di linguaggio verbale possono rispondere a domande scritte digitando
su una tastiera a condizione che sia offerto loro un particolare
tipo di supporto fisico da parte di un facilitatore.
Oggi migliaia di persone prive di linguaggio utilizzano in tutto
il mondo questo approccio e decine di migliaia di pagine testimoniano
l’ampiezza e la profondità del loro pensiero “sequestrato”.
Paradossalmente è proprio la notevole qualità dei
testi prodotti grazie alla C.F. l’ostacolo mentale più grande
alla sua accettazione, da parte di molti Ricercatori cresciuti nel
paradigma dell’incompetenza mentale degli autistici.
Viceversa il progressivo delinearsi di nuovi modelli neuropsicologici
atti a descrivere i rapporti fino ad oggi poco conosciuti tra mente
conscia e subconscia, tra pensiero razionale ed emozioni, fanno
sì che il Disturbo Autistico, indagato con strumenti nuovi
, trovi una collocazione sempre più differenziata rispetto
al Ritardo mentale, mentre l’effetto sorprendente della Facilitazione
applicata alla letto-scrittura ( C.F.) può trovare in tali
nuovi modelli alcune ragionevoli spiegazioni per la sua efficacia.
Ogni giorno di più constatiamo la validità e la profondità
dell’antico adagio:”Non è detto che chi tace non abbia niente
da dire”che è diventato la parola d’ordine di ogni buon facilitatore.
L‘altra parola d’ordine è quella che la Crossley lancia,
alla fine di ogni suo Intervento, alle persone con e senza Autismo
sinceramente interessate a costruire un futuro migliore per chi
soffre di una severa disabilità nella Comunicazione: “Non
arrendetevi mai!”
Relazione al Congresso: Disabilità Trattamento Integrazione.
Padova 30,31 maggio-1 giugno 2002
Autore:D.ssaVittoria Cristoferi Realdon.
Indirizzo:Via Veglia 2 35134 Padova. e-mail: nike46@libero.it
PRASSIA = GESTO INTENZIONALE Tav.I
SEQUENZA COORDINATA DI MOVIMENTI ATTI A RAGGIUNGERE UNO SCOPO DESIDERATO
FASI DI UNA PRASSIA
(prendere l’oggetto voluto)
I°: ( cosa fare? )
a) Rappresentazione mentale dello scopo ( il risultato da ottenere
)
b) Rappresentazione mentale dell’oggetto da raggiungere e del contesto
(analisi visiva)
c) Rappresentazione mentale dell’azione necessaria (memoria di azioni
già fatte e loro confronto con a e b)
II°: (come fare?)
a) Selezione del gesto (con inibizione degli altri gesti non utili)
b) Attivazione del gesto (nel momento giusto:analisi temporale)
c) Orientamento del movimento nella giusta direzione (analisi continua
del contesto)
d) Selezione fra i diversi oggetti e prensione finale
III°: (va tutto bene ?)
a) Verifica della corretta selezione del gesto
b) Verifica della corretta esecuzione del gesto (monitoraggio visivo
e propriocettivo )
c) Verifica del raggiungimento effettivo dello scopo
d) Arresto dell’azione
Le fasi dei blocchi II e III sono spesso colpite nell’Autismo
PRASSIE ED EMOZIONI Tav. II
- Ce la farò ? (arriverò fino in fondo, ricordandomi
tutta la sequenza?)
- Farò bene ? (metterò le azioni nella giusta sequenza?)
- Farò in tempo? (mi daranno tutto il tempo che mi serve?)
- Riuscirò a mantenere il Controllo?
- Tollererò la vicinanza altrui?
- Tollererò di essere visto agire?
- Tollererò i commenti altrui?
- Tollererò l’idea di essere io ad agire?
- Tollererò il possibile successo?
- Tollererò il possibile fallimento?
Perdita di capacità inibitoria: Eccesso di inibizione:
Iperattività Congelamento e arresto dell’azione Errori di
selezione Perdita di interesse Crisi di rabbia Rifiuto passivo
Parole e grida incontrollate Allontanamento-fuga
Auto ed etero aggressività Ricerca di stereotipie
Aumento di stereotipie autorassicuranti che Comportamenti di sfida
impediscono l’azione
|